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VIAGGIO IN MALESIA

Report di Pia Bassi


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1) BORNEO: ECO-TURISMO NELLE FORESTE PLUVIALI, a passeggio fra le cime degli alberi

2) CYBERJAYA, DOVE I GIOVANI SOGNANO DI DIVENTARE BILL GATES

3) GRAZIE AL TURISMO RIUSCIRANNO GLI ORANGUTAN A SALVARE LE LORO FORESTE SOPRAFFATTE DALLE PIANTAGIONI DI PALMA DA OLIO.

4) BORNEO:  UNA CATENA DI SMERALDO PER GLI ORANGUTAN, a Sepilok un centro di recupero e sopravvivenza degli orangutan


1) BORNEO: ECO-TURISMO NELLE FORESTE PLUVIALI, a passeggio fra le cime degli alberi

Mentre in aereo ci si avvicina alla Malesia, ci si accorge che lo scrigno verde delle foreste pluviali equatoriali è ancora preservato dall’erosione degli insediamenti ed attività umane: fa eccezione la nuova capitale, Putrajaya, che raccoglie tutti i ministeri e le attività amministrative del Paese alleggerendo così la capitale storica Kuala Lumpur conosciuta soprattutto per le Petronas Towers, l’emblema della nuova architettura asiatica.
La meta del nostro viaggio è il Borneo, che riserva ancora molte sorprese non soltanto ai turisti, ma soprattutto agli uomini di scienza. Gli habitat intatti da esplorare vanno dalle profondità marine, isole circondate da barriere coralline, ai 4101 metri del monte Kinabalu, uno dei picchi più elevati che si trovano sull’equatore, fra la catena dell’Himalaya e la Nuova Guinea. Il Kinabalu è nato dalla compressione causata dai movimenti delle placche tettoniche del Pacifico occidentale e dell’Oceano Indiano. La sua altitudine fa si che sui suoi pendii si sia sviluppata una vegetazione varia, dalla tropicale a quella alpina. Le due regioni autonome che abbracciano la montagna con i loro parchi, Sabah e Sarawak, sono interamente coperte di foreste pluviali, ricche di flora e fauna uniche al mondo. Gli ecosistemi di queste foreste pluviali che non hanno mai conosciuto l’epoca glaciale e fortunatamente neppure incendi, offrono agli studiosi ancora oggi migliaia di essere viventi ancora da scoprire e catalogare, un lavoro interminabile soprattutto se si vuole mettere in banca dati anche il loro Dna.
Le specie animali e vegetali presenti nel solo Borneo, sono un terzo di tutte le specie presenti in Europa. Si calcolano 300 mila specie di coleotteri , 500 di gasteropodi, 70 di rane e rospi, 46 di uccelli, 22 di mammiferi, 608 di felci 608, farfalle e falene 300, alberi e fiori a migliaia, a secondo del tipo di terreno, migliaia di piante con proprietà curative ben conosciute dagli indigeni e che hanno dato luogo nel 1997 a un progetto Etno-botanico (Pek) finanziato dalla Mac Arthur Foundation. Il Pek sta facendo un inventario di tutte le piante conosciute dalle tre etnie locali: Dusun, Kadazan e Murut. L’erbario è computerizzato dal Geological Information System della Columbia University. I risultati saranno poi messi a disposizione delle comunità locali per incoraggiarne lo sviluppo basandolo soprattutto sull’uso saggio delle risorse naturali.
La foresta è un ammasso di verde cupo ingentilito da improvvisi squarci di colore di orchidee dai lunghi steli penduli o dai brillanti fiori dell’Alpinia havilandii o dal rosso intenso della Rafflesia, il più grande fiore del mondo senza stelo che sboccia dall’humus del terreno. Un fiore raro, parassita, de quale esistono 14 specie, difficile da osservare tant’è che le popolazioni indigene offrono ai turisti la loro visione dietro un piccolo compenso, accompagnandoli nell’intricata foresta. Altro fiore speciale la Nepenthes, 65 specie, a forma di orcio o di bottiglia, possono contenere fino a 4 litri d’acqua piovana.
In queste foreste sia lo scienziato che il turista non si annoieranno mai. Nella città di Kota Kinabalu, il capoluogo del Sabah, guide esperte accompagnano i turisti che vogliono vivere alcune settimane ecologiche nella foresta, nutrendosi esclusivamente dei suoi frutti e percorrendo ponti tibetani  gettati su fiumi ricchi di vita o fra le fronde degli alberi a un’ottantina di metri da terra. Questi percorsi aerei fra le arcate gotiche della foresta, sono stati dapprima usati dai ricercatori per studiare la vita delle sommità arboree, ed ora pagando un pedaggio sono a fruibili anche dai turisti.
I villaggi indigeni sparsi nella foresta sono a diverse giornate di cammino dai centri abitati civili e non sono inseriti negli itinerari turistici, mentre per i turisti sono a disposizione i villaggi musei dell’Heritage, come quello di Kadazan, dove una guida mostra usi e costumi della gente comune del villaggio e quelli dei guerrieri tagliatori di teste, introducendo i turisti nella capanna rituale, non prima d’aver letto un’iscrizione sulla porta d’ingresso per chetare gli spiriti dei guerrieri i cui teschi sono appesi ben allineati sotto il tetto della casa.
Nella foresta del Borneo, migliaia, milioni di specie si sono specializzate a vivere e a sopravvivere in un ambiente immutabile, non privo di pericoli. Così la strategia per la sopravvivenza ha trasformato un insetto in uno stecco, un rospo o una farfalla in una foglia, un fiore in un animale, un liana in un serpente, questo spiega la guida James mostrandoci la foto di un amico ingoiato da un pitone, ma l’incontro più entusiasmante è quello con l’Orang utan, ovvero uomo della foresta, con il quale condividiamo il 98 per cento del nostro patrimonio genetico. Essere schivo, quando è allo stato brado, è socievole nel Centro di riabilitazione a Sepilok, Sandakan, dove ne sono ricoverati una sessantina per riabilitarli alla vita della foresta. Dopo avere ricevuto fin da piccoli l’imprinting umano ed essersi abituati ad avere cibo dall’uomo, non sanno più procurarsi il cibo dalla foresta ed arrampicarsi sugli alberi. La riabilitazione è un lavoro lungo e paziente e il Centro, nato nel 1964, lavora con successo su tutti i soggetti. Riescono così a diventare adulti ed a procreare, creando però problemi di sovraffollamento. Nell’area circostante a Sepilok vivono 300 oranghi, un numero superiore alle possibilità di sostenibilità della foresta. Un’area affollata crea problemi. Gli oranghi maschi si scontrano per l’uso del territorio, si feriscono e ritornano al Centro per essere nuovamente curati. Il numero ideale di oranghi per chilometro quadrato, secondo la disponibilità di cibo, è di 2 o 4, attualmente sono 7. La Direzione del Centro sta cercando quindi nuove aree protette, come il parco di Tabin a 90 chilometri di distanza. I ricollocamenti degli oranghi sono costosi perché devono essere fatti con gli elicotteri, ma le spese sono successivamente recuperate perché questi nuovi Centri di riabilitazione attirano i turisti e promuovono lo sviluppo nella zona. Gli oranghi devono avere grandi riserve per le loro scorribande, la vicinanza dell’uomo l’ associano a cibo facile e diventano quindi pigri, sedentari e sviluppano una malattia tipica anche nell’uomo: l’obesità. Persino il pelo diventa più lungo del normale. Cibo abbondante e sedentarietà nuocciono anche agli oranghi.
Potere osservare gli oranghi da vicino nelle loro varie attività, vale il lungo viaggio aereo di quindici ore da Roma con la Malaysia Airlines, fino a Kota Kinabalu, Borneo. Vedere le loro mutevoli espressioni, la loro intelligenza nel sapere usare ben 54 strumenti diversi per estrarre gli insetti e 20 per rompere i frutti, la tecnica per estrarre il miele nascosto in un tronco d’albero, ci inviata ad amare e rispettare la natura.
Tuttavia se molti oranghi vengono salvati, anche grazie ai progetti della inglese Orangutan Appeal Organisation, www.orangutan-appeal.org, altri vengono ancora uccisi perché dal loro cranio o dalle loro mani se ne ricavano macabri soprammobili. Le madri vengono uccise per catturare il neonato che sarà poi venduto come “animale” da compagnia. Vittime dei cacciatori indigeni, ora muniti di fucili, sono anche altri primati, come i macachi, i gibboni e la scimmia nasuta, uccisi anche per uso alimentare.

2) CYBERJAYA, DOVE I GIOVANI SOGNANO DI DIVENTARE BILL GATES

MALESIA, SELANGOR, A CYBERJAYA IL MULTEMEDIA SUPER CORRIDOR (MSC) DELLE COMUNICAZIONI, PUNTO STRATEGICO PER AFFARI INTERNAZIONALI.

Grazie alla vicinanza di Kuala Lumpur, la capitale della Malesia e di Putrajaya, la recente capitale amministrativa dello stato, Cyberjaya si può definire la versione asiatica della Silicon Valley. La cittadella della scienza è sorta nel 1996, dove un tempo vi erano estensioni di foreste, terre umide e piantagioni dell’albero della gomma. E’ stata progettata su settemila acri per accogliere 120mila residenti e 50mila lavoratori pendolari, con edifici residenziali e non oltre agli istituti, università e centri di ricerca, avvalendosi di strutture altamente tecnologiche. Metà dell’area edificata è dedicata a infrastrutture ricreative, il tutto immerso in accurati giardini e laghi.
Gli incentivi offerti alle aziende straniere e locali, esenzioni fiscali per dieci anni e la brevettazione gratuita a livello mondiale delle nuove realizzazioni, ha attirato subitaneamente grandi aziende quali la Microsoft, la DHL, la Ericson, la Zilun Systems, la Petronas, e tante altre ancora.
A Cyberjaya le aziende possono svilupparsi e costruire il proprio futuro a costi contenuti, avvalendosi di un’offerta di giovani laureati che trovano nell’incubatore la possibilità di esprimere e vedere realizzate le loro idee.
La realizzazione di questa città della scienza multimediale è la risposta a una crescente domanda di ricerca sulle alte tecnologie informatiche r multimediali nell’area orientale essendo esauriti i parchi scientifici di Singapore e  Hong Kong. Cyberjaya è stata concepita a moduli ed attualmente ha ancora vaste aree disponibili per gli insediamenti amministrativi, tecnologici e residenziali.
A Cyberjaya c’è il libero accesso alle rete di internet, mentre nel resto del paese è controllato. E’ praticamente un porto franco informatico e multimediale.

3) GRAZIE AL TURISMO RIUSCIRANNO GLI ORANGUTAN A SALVARE LE LORO FORESTE SOPRAFFATTE DALLE PIANTAGIONI DI PALMA DA OLIO.

L’odissea degli orangutan non è ancora finita, anzi siamo in un momento cruciale della loro esistenza. O si riesce fermare la deforestazione nelle aree geografiche dove vivono ancora, oppure sopravvivranno in numero così eseguo ed in aree protette così limitate, che non permetteranno loro di riprodursi come avviene allo stato naturale, e si estingueranno in una decina d’anni.
Ma perché il loro territorio vitale si riduce ogni giorno di più? Ce se ne accorge subitaneamente sorvolando la Malesia e il Borneo, milioni di ettari di giungla trasformati in coltivazioni estensive di palma da olio e albero della gomma. E’ proprio la palma da olio la nemica degli oranghi in quanto li sta espropriando delle foreste. La richiesta di biocombustibili da parte di Cina, India ed Europa ha fatto lievitare i prezzi ed ingolosito i governi produttori a produrre sempre di più, per ottenere maggiori introiti.
Lo scorso anno i prezzi dell’olio di palma  raddoppiarono di fronte alla crescente domanda di biocombustibili, così il Sud Est asiatico si è messo all’opera per soddisfare la domanda, dedicando nuovo territorio ed altro già precedentemente spogliato delle sue foreste con incendi, a coltivazioni industriali di palma da olio. Ricordiamo che dal 1982 al 1997 in Indonesia e Malesia gli incendi hanno imperversato distruggendo emettendo a rischio la salute di milioni di persone. Se da una parte la palma da olio è un’innegabile ricchezza che dà un prodotto definito di “fonte rinnovabile”, per contro è una monocultura pericolosa ed atipica per gli agricoltori locali che tradizionalmente ricavavano dalla terra riso, caffè,  cacao ed altri prodotti esistenti prima dell’introduzione di piante coloniali importate dal Brasile, quali la palma da olio e l’albero della gomma.
La competizione per la maggior produzione di olio di palma, vede gareggiare l’Indonesia, la Malesia, la Tailandia e le Filippine.
In Indonesia il Ministero dell’energia ha dichiarato che entro il 2010 saranno dedicati a produzione di biocombustibili 5.5 milioni di ettari dei quali 1.5 milioni di ettari a palmeti. Il pretesto è creare nuovi posti di lavoro per alleviare la povertà (con salari di pura sussistenza). La Tailandia fa più che un raddoppio,gli attuali 32mila ettari passeranno  entro l’anno a 81mila, ma sono già pronti alla piantagione di palma da olio altri 400mila ettari di terreno agricolo incolto nel sud del paese. Le Filippine sono a quota 25mila ettari e diventeranno 454mila ettari. In questo scenario il maggior produttore di olio di palma è la Malesia che su un territorio di 33 milioni di ettari a foresta tropicale, 3,960milioni di ettari, pari al 12 per cento, sono a palma da olio. Il governo malese ha dichiarato che l’aumento della produzione dell’olio di palma, non danneggerà l’ambiente perché le compagnie olearie malesi aumenteranno la produzione avvalendosi di nuove piante ad alta produttività ed adottando pratiche agronomiche compatibili con l’ambiente. Quindi è con le nuove tecnologie che la Malesia conta di mantenere il primato nella produzione, senza distruggere altre foreste che stanno facendo registrare ottimi introiti sotto la voce turismo. Per il 2008 sono attesi 21,5 milioni di turisti e per il 2010, 24.6 milioni, con nuovi posti di lavoro pari a 520 mila.
Preoccupazioni condivise anche dal ministro del Turismo, Cultura e Ambiente, Datuk Masidi Manjun, che ammonisce i proprietari delle piantagioni dall’invadere le aree protette lungo i fiumi, che hanno una zona cuscinetto di venti metri e dal tagliare gli alberi e disturbare la fauna. Regole e regolamenti esistono, ma vengono spesso disattesi.

BORNEO:  UNA CATENA DI SMERALDO PER GLI ORANGUTAN
A Sepilok un centro di recupero e sopravvivenza degli orangutan

Il Borneo fa parte della catena di smeraldo delle diciasettemila isole che costituiscono la Malesia e l’Indonesia con il piccolo stato del Brunei, attorno all’equatore, strette tra Asia e Australia.
Queste terre erano un tempo abitate da molti primati, che ormai con la distruzione delle foreste si sono così tanto ridotti di numero che vengono indicati come “specie in via d’estinzione”: dall’orangutan alla scimmia con proboscide (nasalis larvatus), dagli elefanti pigmei al rinoceronte bianco.
Lungimirante per la loro sopravvivenza è stata la ricercatrice Biruté Galdikass che negli anni Settanta visse sei mesi all’anno, e per molti anni, nel Parco Nazionale Tanjung Puting nel Kalimantan (Indonesia) in stretto contatto con i primati, creando centri di recupero e accoglienza dei piccoli orangutan abbandonati o resi orfani da chi catturava gli adulti per farne commercio. La Biruté seguiva così le orme di Jane Goodall, Diane Fossey e Louis Leakey, paleoantropologo, che l’avevano preceduta ed avevano studiato la vita degli orangutan nel Sabah, nel Nord del Borneo. Jane Goodall divenne famosa per gli studi sugli scimpanzé, mentre Diane Fossey per gli studi sui gorilla. La Biruté, Fossey, Goodall e Leakey, hanno dedicato la loro vita contro l’estinzione delle grandi scimmie.
Nel Borneo esistono attualmente quattro centri di riabilitazione e studio, due sono in Indonesia e due sono in Malesia, a Sepilok, a ventitrè chilometri dalla città di Sandakan all’interno della riserva forestale di Kabili, nel Sabah e a Kuching, nel Sarawak.
Abbiamo incontrato a Sepilok la responsabile del Centro, la dottoressa Sylvia Alsisto, che da 21 anni si occupa degli orangutan, da quando arrivano “in fasce” a quando lasciano il centro, verso gli otto anni di età, passando attraverso un vero è proprio apprendistato per poter imparare a vivere in modo autonomo nella foresta.
Il Centro di Sepilok ha una vera e propria nursery, con ospedale e zona di quarantena. Tutti gli addetti alle loro cure devono essere sani onde non infettarli con malattie tipicamente umane, quale l’influenza, la tosse, la tubercolosi, la malaria, le malattie dermatologiche ed altre ancora, che sarebbero per loro letali.
“Quando sono molto piccoli hanno bisogno di cure come i neonati umani – dice Alsisto -  i volontari oltre che allattarli con i biberon, devono fare loro un’attenta igiene personale alla quale si provvede con i pannolini e il bagnetto quotidiano. In natura la madre li tiene puliti leccandoli; se i piccoli dovessero ingoiare le feci, queste provocherebbero malattie intestinali difficili da curare. Dopo lo svezzamento si insegna loro a muoversi sugli alberi, facendoli dapprima spostare su apposite funi tirate da un all’albero all’altro. E’ importante che non assumano la posizione bipede, tipica di chi vive per anni a contatto dell’uomo, ma si muovano secondo natura.”
Il Centro di Riabilitazione è suddiviso in cinque settori, che sono passaggi obbligati perché al loro termine gli animali possano di nuovo essere lasciati liberi nella foresta: ammissione, quarantena, trattamento indoor, trattamento outdoor, piattaforme A, B, C, D, E che sono state erette nella foresta. Queste piattaforme servono ai ranger per portare il cibo e controllare lo stato di salute della comunità. Alla piattaforma A sono ammessi, a distanza, i visitatori.
A Sepilok lavorano a tempo pieno a contatto con gli orangutan 22 persone, 8  addetti alla clinica, 8 volontari, 6 ranger.      
Insegnare loro a rendersi autonomi non è facile perché in natura i piccoli vivono a stretto contatto con la madre e quindi apprendono da essa non soltanto il movimento ma anche a riconoscere il cibo e farsi il letto/nido sugli alberi a 30 metri d’altezza. Nella foresta si nutrono di circa 300 tipi diversi di vegetali, frutta, fiori, germogli, miele, insetti. Sulle piattaforme si dà loro sempre il solito cibo, latte e frutta affinché si stanchino rapidamente di una dieta così monotona e non appena sono sicuri di se stessi, si allontanino dalle piattaforme e, incontrando gli orangutan selvatici, imparino prima ad essere indipendenti. L’allontanamento dal Centro può avvenire anche prima degli otto anni, sono gli stessi animali che decidono quando allontanarsi.
Il centro di Sepilok ora ospita 25 orangutan che, quando saranno cresciuti, raggiungeranno gli altri 180 che vivono nell’area protetta di foresta tropicale pluviale di circa 4294 ettari.
“Nel centro non vengono accolti soltanto i piccoli – dice Alsisto -  ma anche quelli un po’ cresciuti, trovati orfani, feriti, sequestrati ai bracconieri o trovati in cattività.
Da anni il governo malese ha emanato severe leggi per il loro rispetto e protezione, chi uccide un orangutan è condannato a vent’anni di prigione. Noi abbiamo buoni rapporti con i proprietari delle piantagioni di palma da olio, o di frutta, in quanto, quando trovano gli orangutan, piccoli o cresciuti, ci chiamano per andarli a recuperare e riportarli nella foresta, oppure nel centro se orfani. Gli orangutan vengono attratti soprattutto dal profumo della frutta matura nei frutteti, e la cosa non è molto gradita dai proprietari. Quando la foresta del Centro di Sepilok registra sovraffollamento di orangutan e questi sono completamente autonomi, alcuni esemplari vengono trasportati in elicottero in un’altra riserva dove possono tornare a vivere allo stato selvaggio.”
Questo Centro, nato nel 1964, non è stato aperto subito ai turisti. Soltanto nel 1984 si è pensato che per potere salvare l’orangutan e le sue foreste, era bene sensibilizzare l’opinione pubblica portandola in contatto con gli animali attraverso la piattaforma A, che viene aperta al pubblico due volte al giorno, nel momento della distribuzione del cibo, alle dieci del mattino ed alle quindici del pomeriggio. Si è passati da 1800 a 50000 visite all’anno, un successo che ha portato per di più vantaggi economici in tutta l’area anche per le popolazioni locali promuovendo una forma di turismo ambientale consapevole anche per le popolazioni locali. Il programma Serasi è giunto con successo al quinto anno ed è stato progettato per sensibilizzare gli studenti delle scuole primarie e secondarie sull’importanza della conservazione della natura e dell’ambiente, una ricchezza che hanno ancora la fortuna di possedere mentre, i Paesi cosiddetti avanzati l’hanno da tempo distrutta. Il programma è stato promosso e finanziato dai Dipartimenti di protezione ambientale e delle foreste del Sabah, dal dipartimento dell’Educazione, dall’Istituto Scienza e tecnologia, dalla Shell Malesia Gas/Energia, dal Comitato d’azione ambientale e dal Centro delle pianure di Kota Kinabalu.
Riuscirà la curiosità dell’uomo a salvare l’orangutan e tutti gli animali che vivono nel medesimo ambiente? Speriamo che ciò avvenga, nonostante le polemiche sull’utilità delle piattaforme aperte ai visitatori. Il biglietto d’ingresso costa 30 RM, gli adulti, 15 sotto i 18 anni, 10 per potere fotografare o filmare. Pochi euro, rispetto all’emozione di potere osservare questo nostro “vicino genetico”, che condivide con l’uomo il 96,4 per cento dei geni. Negli ultimi vent’anni il loro habitat si è ridotto dell’80 per cento nelle isole di Sumatra e del Borneo, le uniche che ospitano rispettivamente circa cinquemila e dodicimila esemplari. Solo dieci anni fa erano il doppio.
Nel 470 a.C. un gruppo di audaci coloni veleggiarono lungo le coste dell’Africa occidentale e incontrarono delle creature pelose che gettavano pietre e che venivano chiamati dagli indigeni “gorillai”. Del 1714 invece il primo scritto in cui si parla di orangutan. Il capitano di vascello Daniel Beeckam, li descrive mentre vivono allo stato naturale, nelle calde foreste tropicali pluviali. Non è noto dove si trovassero i marinai che veleggiavano lungo le coste dell’Africa. Quello che è certo è che dai primi avvistamenti delle grandi scimmie, sono passati duemila anni prima che gli europei cominciassero a sapere qualche cosa sul loro modo di vivere. Ora c’è da augurarsi che la loro conoscenza non sia anche la loro condanna: scomparire definitivamente dalla Terra.
Chi volesse saperne di più o aiutare il centro di Sepilok visiti questi siti: www.orangutan-appeal.org.uk, www.malaysiamydestination.com.
www.toruismmalaysia.gov.my
L’indirizzo: Sepilok Orangutan Rehabilitation Center – Wildlife Department – WDT 200, 9009 Sandakan, Sabah, Malesia.
Come arrivare: da Roma voli giornalieri con Malaysia Airlines, fino a Kuala Lumpur, poi tratta interna fino a Kota Kinabalu, nel Borneo e da qui sempre in aereo a Sandakan. Per Sepilok, che dista 23 chilometri, ci sono autobus locali, oppure in taxi. (www. Malaysia-airlines.com) 
Dove dormire: Sepilok Jungle Resort, confortevoli bungalow in legno immersi nella foresta con alberi magnifici e fiori, orchidee ovunque. I sentieri che portano nella foresta sono un’esperienza da non perdere. E’ a cinque minuti dal Centro di riabilitazione. www.sepilokjungleresort.com
Una valida guida, lingua inglese, Jude Edward Bandasa, sansarabon@yahoo.com.my

 


 




 

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