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Tra Scilla e Cariddi (sintesi dell’intervento tenuto al seminario di studio sull’eutanasia)
Di Gianni Azzola
Ho intitolato il mio intervento: “Tra Scilla e Cariddi”, per simboleggiare l’angosciante passaggio da fantasie d’onnipotenza alla realtà frustrante con i suoi limiti. Come le correnti, che si muovono nello stretto di Messina, sono vorticose, violente e imprevedibili nei loro improvvisi mutamenti, così le correnti emotive che si agitano nel difficile passaggio alla realtà, divengono imprevedibili e s’infrangono, proprio come quelle del mito, trascinando con sé i naviganti, contro gli scogli di Scilla e Cariddi, descritti come mostri che tutto divoravano.
Il tema dell’eutanasia è proposto dal film: “Mare dentro”con tutta la drammaticità e la contraddittorietà che lo caratterizza.
Il protagonista è un uomo giovane e vitale, che rimane paralizzato a causa di un grave incidente. Egli non accetta la sua nuova condizione, che lo rende totalmente dipendente, e se ne vuole liberare.
Spettacolari sono le scene in cui sogna di volare, manifestando così la sua voglia di vivere e d’amare, ma anche le sue fantasie d’onnipotenza e liberatorie, in contrapposizione con una realtà che lo vede impotente e dipendente come un infante.
La morte avverrà, però, dopo una nascita: la pubblicazione del suo libro ed anche dopo il riconoscimento di un figlio “simbolico”, visto nel nipote, momenti espressivi, che permettono ad una parte di sé di continuare a vivere.
Molto espressiva è la figura del fratello maggiore, che rivela una parte del sé del protagonista, la sua paura e la rabbia e il dolore di separarsi e di perdere i suoi affetti, emozioni che egli controlla per apparire lucido e razionale. In realtà la sua decisione è molto conflittuale e queste emozioni, così scomode e difficili da gestire, sono sottilmente provocate nel fratello maggiore, che si sentirà impotente davanti a tanta determinazione.
C’è molta rabbia verso la propria impotenza e la tragicità della vita e della realtà, che spesso ci mette davanti a situazioni non volute.
Il protagonista della storia, Ramon, non ha un dolore fisico, non sente niente nel corpo, il suo è un dolore puramente mentale, causato dalla rabbia verso una terribile ingiustizia che il destino ha voluto e che l’ha privato della sua libertà, e impegna tutte le proprie risorse ad accanirsi contro questo destino, che l’ha ingiustamente punito.
E’ naturale domandarsi: cos’è la libertà? Esiste la libertà? Può essere garantita da leggi o forse i margini della libertà sono altrettanto stretti quanto il passaggio tra Scilla e Cariddi ed è, in fondo, per tutti uguale il destino, perché non permette di esaudire tutti i desideri, proprio perché sono infiniti? Forse succede a tutti di scontrarsi con la propria impotenza e con l’impossibilità di esaudire tutti i desideri; qualcuno in questo caso vorrebbe urlare per richiamare su di sé l’attenzione ed essere ricordato come un martire, vittima dell’ingiustizia della vita.
Non è forse più dolorosa la perdita di un genitore o di un figlio o del proprio coniuge che quella del movimento del proprio corpo? Quante dovrebbero essere le morti per eutanasia nell’illusione di sconfiggere così il dolore? Forse il passaggio attraverso questa terribile strettoia comporta l’adesione totale al destino, quasi l’avessimo voluto e progettato noi stessi.
Può sembrare un paradosso, ma sia l’eutanasia sia l’accanimento terapeutico manifestano la stessa rabbia e la non-accettazione della realtà. Il nemico da eliminare può essere visto nel corpo malato o nella malattia. C’è una ribellione in entrambi i casi e diventa, perciò, difficilissimo passare tra le strettoie che esistono, proprio come lo era per i naviganti il passaggio tra Scilla e Cariddi.
Ramon, il protagonista della storia, in un momento di verità in cui entra in contatto con i sentimenti più profondi, si domanda tra le lacrime: “Perché non sono come gli altri? Perché io non riesco ad accettare di essere paraplegico?”
Possiamo trovare la risposta a questa domanda approfondendo il concetto di reverie materna (elaborato da Winnicott e Bion): uno stato sognante che permette alla madre di accogliere le identificazioni proiettive del bambino e di restituirle “bonificate” e digeribili.
Il bambino passa da una visione scissa dell’oggetto all’integrazione, ma in tal modo si rende conto di perdere il controllo sull’oggetto e deve abbandonare le proprie fantasie d’onnipotenza.
Nel passaggio verso la realtà si acquista la consapevolezza di non poter soddisfare tutti i desideri. Il dolore è fortissimo e solo una madre che sa comprendere empaticamente tale dolore può rendere tollerabile la perdita dell’illusione.
A volte, questa reverie non è stata sufficiente, compromettendo l’accettazione di eventi dolorosi o tragici della vita, che rimandano a quel difficilissimo passaggio verso la realtà.
Vi sono nuove realtà che chiedono un adattamento, eventi che sono indipendenti dalla nostra volontà, voluti dal destino, davanti al quale siamo impotenti. Ciò può scatenare un desiderio di rivalsa e di vendetta, odio verso la malattia o lo stesso corpo malato.
Illuminante per il tema dell’eutanasia (e dell’accanimento terapeutico) è un libro di Fédida: “Il buon uso della depressione”, in cui l’Autore definisce la capacità depressiva, concetto molto simile a quello di “posizione depressiva” della Klein.
La capacità depressiva o depressività è la capacità di apertura e chiusura al contatto, di ritmo e risonanza e di autoregolazione delle eccitazioni. Una difesa funzionale ai cambiamenti provocati dal mondo esterno. La depressività è necessaria alla vita psichica ed è in relazione con le primarie esperienze del bambino depositate nella memoria implicita, che condizioneranno le risposte adattive della persona nel corso della sua vita.
Il fallimento della depressività, in altre parole l’incapacità di mantenere la posizione depressiva, conduce alla depressione patologica e alla morte dell’intera persona, incapace di separarsi da ciò che va perduto, identificandosi totalmente con la parte di sé perduta, quindi senza riuscire a compiere una corretta elaborazione del lutto.
Il fallimento della capacità depressiva conduce alla depressione: un senso di vuoto e di solitudine assoluti in cui scompaiono emozioni, sentimenti e desideri.
Un vero e proprio stato di glaciazione affettiva. Un senso di vuoto e di mancanza di significato invade il depresso e l’unica salvezza può sembrare quella di morire insieme con l’oggetto perduto.
La capacità di tollerare e di accettare i propri limiti, il dolore e le frustrazioni della vita ci rende capaci di riparare, rielaborare e ricreare i movimenti psichici della vita, i suoi sapori ed i colori. Naturalmente tutto ciò richiede un tempo, necessario per pensare, creare e ricostruire, dando sepoltura ai propri “morti” e alle proprie sofferenze, riparando le parti di sé identificate con le persone e con gli affetti perduti e rivitalizzandoli. E’ un processo che va dal morire al rinascere.
La capacità depressiva è, quindi, un momento creativo che assicura l’equilibrio, la regolazione della vita e la capacità di relazione con gli altri nella loro interezza.
Ramon muore insieme con il giovane esuberante, indipendente e vitale che era prima dell’incidente, non riesce più a sentire fino in fondo l’affetto delle persone che lo circondano e che incontra. Un muro fatto d’odio e d’ostilità lo separano da tutto ciò.
Il problema dell’eutanasia non è solo, quindi, un problema di libertà personale, ma anche qualcosa che riguarda la storia emotiva ed affettiva della persona ed il suo rapporto con gli oggetti interni.
Sarebbe, a mio parere, superficiale vedere nell’eutanasia solo un discorso sulla libertà personale. Non si può mettere in discussione che la volontà della persona deve essere rispettata anche quando va contro principi moralistici ed astratti. Chi vive deve essere padrone della propria vita, ma la domanda fondamentale deve essere un’altra: “Come mai si formano personalità capaci di tollerare anche dolori molto grandi e in cui la voglia di vivere prevale ad ogni costo ed altre che non riescono a fare ciò?” Dobbiamo comprendere i meccanismi di formazione del pensiero e del mondo interno e cercare, nei limiti del possibile, di aiutare chi non ce la fa a adattarsi, elaborando le sue esperienze più profonde, senza accanirsi contro la malattia, ma sostenendolo psicologicamente ed affettivamente. Il tema dell’eutanasia riguarda la depressione: una malattia dell’anima davanti alla quale siamo, in ogni modo, spesso impotenti, quello dell’accanimento terapeutico è, invece, un problema, che riguarda l'accettazione dei propri limiti da parte del medico, che se dovesse mancare arriverebbe al punto di ignorare completamente la volontà del malato, rompendo il rapporto.
Bisogna prima di tutto prendersi cura del malato e poi, quando riusciamo a sentire di aver conosciuto insieme con lui le sue sofferenze e di averlo aiutato ad alleviarle, dobbiamo arrenderci alla sua volontà.
Il compito del medico è quello di curare non di guarire, di rendere consapevole il paziente, fornendogli strumenti di conoscenza, non di convincere e di forzare una scelta. Il compito del legislatore è quello di lasciare spazio alla cura, prima di intervenire con la propria autorità, e di rispettare sempre la libertà della persona non d’imporre i propri principi.
Il dibattito non può limitarsi alle discussioni nei tribunali e alla visione dogmatica delle ideologie, ma deve passare prima attraverso la comprensione e l’elaborazione della storia affettiva personale del paziente.
Molto indicativo è anche il caso attuale d’Ileana, la ragazza che si trova ora in coma ed è alimentata artificialmente. Una tragedia si è abbattuta sulla sua famiglia e il padre, in preda alla disperazione, si è battuto per sospendere quest’alimentazione.
In fondo è il suo un tentativo di liberarsi dall’angoscia, provocata dalla condizione della figlia. Una parte di sé, il dolore, senza possibilità di ricevere una vera assistenza, e la rabbia per l’ingiustizia subita sono stati proiettati sulla figlia e la sua illusione è quella di poterli eliminare con l’eliminazione della stessa.
La sua angoscia traspare da un viso sofferente e teso, proprio di chi non si è lasciato andare al pianto tra due braccia consolatorie; la tragedia della sua vita non è stata mai “digerita” Che cosa succederà, quando la figlia porrà fine definitivamente alla propria esistenza? Prima ci sarà un senso di sollievo, poi resterà un vuoto incolmabile e il dolore, la rabbia e la disperazione faranno irruzione nella sua mente, ingestibili, perché mai affrontati ed elaborati con l’aiuto di qualcuno. Sarà il ritorno del passato con tutta la sua intatta violenza a riempire questo vuoto.
Appare necessario poter assistere psicologicamente questa persona per aiutarla ad elaborare la sua tragedia.
Prima di affrontare, quindi, il problema da un punto di vista giuridico, va affrontato, mantenendo la giusta distanza per non esserne travolti, il caso umano.
Mi trovo da circa cinque anni nella triste condizione di essere un malato di tumore.
Improvvisamente la morte, che prima era soltanto un’idea astratta, è entrata dentro di me e mi accompagna nella vita, facendosi sentire con vari disturbi, dolori e problemi.
Non è solo un’ombra silenziosa, ma si fa sentire anche fisicamente…e forse era già dentro di me come un fatto genetico, che doveva compiersi al momento fatidico.
La sua ombra mi accompagna e non me ne posso liberare, ma contrastare con una pulsione di vita. Vi sono momenti, però, in cui sento che urla dentro e si agita e allora un pianto sordo, che non sente altre ragioni sale nel petto e si materializza, per fortuna è subito sedato da un senso di fiducia ormai ben radicato.
La sensazione, però, che mi dà quel pianto è nuova, è qualcosa che muta dentro, come le stagioni. Il destino cammina, ha una vita autonoma e siamo tutti impotenti di fronte ad esso. Camminiamo nel mondo quasi ignorandolo, ma poi sopraggiunge inesorabile. La consapevolezza di questo comune destino dovrebbe spingere gli esseri umani a smettere di fare guerre stupide e di offendere il pianeta in cui vivono, così da stringersi tutti in un grande abbraccio, come bambini impauriti nel buio.
Gianni Azzola
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